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Michele D’Avenia o della pittura “senza errori”

Seduce d’impatto la pittura di Michele D’Avenia. L’iperrealismo delle sue immagini, ottenuto con tecnica impeccabile, parla con immediatezza a chi voglia ascoltare la sua “versione dei fatti”. Ma quale è la prospettiva attraverso cui si ricompone l’unità della sua visione ? 

Nessuno negherà la ricerca di una bellezza inseguita, di dipinto in dipinto, in solitarie e silenti figure femminili, spesso ellittiche del volto, che si impongono con evidenza monumentale nello spazio neutro che le accoglie. «Il corpo della donna è come un’architettura» diceva Degas, spiando struttura e armonia di gesti che, come qui, intessono trame della ritualità quotidiana (la toeletta, l’acconciarsi, il vestirsi). 

All’uso evocativo della luce, che sbalza le superfici in contrasto netto con le ombre, D’Avenia affida l’epifania delle figure, come scolpite in un’atmosfera di stupore lucido. Vi è un senso metafisico in questi scatti rubati alla intimità domestica, visioni smaltate nelle quali tutto è così evidente da diventare inspiegabile. Così anche nelle nature morte, più vere del vero, sorprendenti e spaesanti nella loro oggettività.

Il pittore, tuttavia, non insegue un virtuosismo fine a se stesso. L’obiettivo ultimo è quello di stabilire un dialogo con un osservatore che sappia andar oltre la superficie levigata della tela dipinta. L’immagine, con il suo magnetico nitore, è infatti un invito a penetrare dimensioni celate e pensieri da decifrare, laddove dunque i confini del “paesaggio” domestico si confondono con quelli sfuggenti di un luogo dell’anima. A favorire questa esplorazione è la meticolosa costruzione della composizione attraverso gli studi preparatori e la stesura lenta del colore con le tante velature: ogni dipinto di D’Avenia nasce da una scansione estremamente distillata del tempo, da quel “cerco mentre dipingo” capace poi di sollecitare lo sguardo dell’osservatore a un’indagine che si inoltri dietro il visibile, a una riflessione che si saldi con la comprensione in profondità delle cose.

Ed è così che il pittore può rivelare anche se stesso: nel rovello (e nel piacere) di autosuperarsi costruisce il cammino verso la propria autenticità. 

È noto come la storia dell’arte, nei suoi corsi e ricorsi, abbia visto ciclicamente imporsi un flagrante realismo spesso in risposta alle lacerazioni di un nebuloso presente. Così fu, ad esempio, per Caravaggio in piena Controriforma, così fu per gli interpreti del “Realismo magico” del primo dopoguerra: le certezze di un mestiere “senza errori” – come venne definita nel Cinquecento la pittura di Andrea del Sarto, protagonista di un altro passaggio “saturnino” della storia, quello che seguì alla chiarezza apollinea del Rinascimento – diventano un antidoto all’inquietudine, la risposta a contraddizioni irrisolte. 

Il realismo degli anni Duemila, che affonda le radici nell’iperrealismo americano, nato da una costola delle poetiche pop, e nella pittura anacronista degli anni Ottanta, ha un che di epico e temerario. Nell’arte contemporanea che è per definizione “post” (postmodern, posthuman ecc.) e in cui la spamodica ricerca di novità spesso naufraga in “trovate” e vuote provocazioni, il sofisticato dipingere di D’Avenia, attento ad un solido recupero del mestiere e della lezione degli antichi maestri, si propone come robusto baluardo al disorientamento: trasfondere memoria nell’indagine artistica attuale, riappropriarsi di un’eletta tradizione figurativa può davvero significare un saldo abbrivio al futuro, nella convinzione di un’arte capace di fecondare anche nuovi orizzonti etici.